A fronte del compiacimento espresso dalla politica per il transito in Regione dei dipendenti trentini del ministero della Giustizia, spiace constatare da parte sindacale come il cammino per il rinnovo del contratto di comparto non proceda altrettanto fra “magnifiche sorti e progressive”. L’atteggiamento della Giunta Regionale -stando almeno all’interpretazione di Apran e dell’Amministrazione che traducono le direttive della Giunta nelle trattative – è quello di una generalizzata razionalizzazione. Incrementi salariali a regime dal 2018 di un appena 3%, smantellamento del sistema delle progressioni di carriera (basato su un fondo di finanziamento in gran parte autosufficiente secondo un modello esemplare che sarebbe da esportare e non da cancellare), maggior intransigenza su part-time, trattamento peggiorativo su buono pasto, trattamenti discriminatori per chi proviene da fuori comparto. Ci si chiede: si intende far pagare il prezzo del trasferimento dei ministeriali ai lavoratori del comparto che vengono da sette anni di blocco degli stipendi? Se è così ci si chiede anche dove siano i vantaggi di un’Autonomia che sta gettando le basi per ulteriori sacrifici dei suoi dipendenti. Le aziende come gli enti pubblici sono fatti di persone e i riflessi di peggioramenti contrattuali si ripercuotono inevitabilmente sul clima gestionale e sull’efficienza dei servizi. Vogliamo fare le nozze coi fichi secchi e farli pagare agli impiegati del settore? Non sono stati né i dipendenti della Regione né quelli del Ministero a volere il trasferimento e non sono loro che devono farne le spese; le risorse le metta a disposizione chi si è assunto la responsabilità politica dell’iniziativa dimostrando che l’Autonomia trentina ha le forze per sostenere gli impegni che si assume.

Paolo Milani