Trento, 17 settembre 2018 – Secondo i calcoli della Funzione pubblica, citati l’altro ieri alla Festa dell’Unità di Roma dal sottosegretario di Palazzo Vidoni, Angelo Rughetti, in quattro anni andranno in pensione circa 500mila dipendenti pubblici. Con le uscite per altre cause, dalle dimissioni ai passaggi al privato (25mila all’anno in media), il conto potrebbe salire fino a 600mila. In pratica, su un organico che dopo anni di dieta conta poco più di tre milioni di dipendenti (3.015mila secondo l’ultimo censimento del Tesoro), a imboccare l’uscita sarebbe il 20% del personale. «È un’occasione straordinaria per far entrare i giovani – afferma Rughetti – e la legge di bilancio può essere uno strumento per coglierla».  Come?  Con modalità nuove basate sul calcolo dei fabbisogni di specifici profili professionali. L’obiettivo è quello di concentrare il reclutamento sulle figure richieste dalla rivoluzione tecnologica, a partire dalla digitalizzazione di servizi e procedure, e su quelle trascurate dai blocchi lineari del turn over nelle attività di prima linea con cittadini e utenti: dai servizi sociali ad alcune professioni sanitarie. La riforma, poi, nel tentativo di fare ordine nel groviglio dei concorsi pubblici, e dei ricorsi che spesso li accompagnano, punta a proporre a tutte le amministrazioni il «concorso unico» già sperimentato dal 2013 per la Pa centrale.  Nel flusso delle nuove assunzioni dovranno essere contemplati anche i circa 50mila precari “storici”, concentrati soprattutto negli enti territoriali, al centro del piano triennale di stabilizzazione in partenza da gennaio. Ma la riapertura ad ampio raggio delle assunzioni nella Pa deve fare i conti con la dinamica dei costi del personale pubblico che, interessi sul debito a parte, rappresentano l’unico aggregato di spesa corrente diminuito in questi anni in valore assoluto (dai 169,6 miliardi del 2011 ai 164,1 del 2016, con un -3,3% che diventa -7,2% contando l’inflazione del periodo). Certo, il costo medio dei nuovi ingressi sarà inferiore a quello di chi esce dopo decenni di anzianità, ma la questione si incrocia con il rinnovo dei contratti ormai in arrivo. Anche di questo dovrà occuparsi la manovra: per la Pa centrale, l’obiettivo di garantire 85 euro medi di aumento senza rimettere in discussione la geografia attuale degli 80 euro targati Renzi costa fino a 1,5 miliardi; e copertura analoga andrà trovata in sanità, regioni ed enti locali. Proprio il nodo del personale, insomma, promette di accendere il confronto con gli amministratori locali sulla legge di bilancio.