Trento, 7 ottobre 2017 –  Le famiglie che vivono grazie ad un reddito da lavoro autonomo sono quelle più a rischio povertà. Nel 2015, infatti, il 25,8 per cento dei nuclei familiari di questa categoria ha vissuto stentatamente al di sotto della soglia di rischio povertà, calcolata dall’Istat. Praticamente una su quattro si è trovata in seria difficoltà economica. Per i nuclei in cui il capofamiglia ha come reddito principale la pensione, invece, il rischio si è attestato al 21 per cento, mentre per quelle che vivono con un stipendio/salario da lavoro dipendente il tasso si è fermato al 15,5 per cento. Lo dicono i dati Istat elaborati dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre: la crisi ha colpito soprattutto le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva, ovvero dei piccoli imprenditori, degli artigiani, dei commercianti, dei liberi professionisti e dei soci di cooperative. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi. “Fino ad una decina di anni fa – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo – aprire una partita Iva era il raggiungimento di un sogno: un vero status symbol. Oggi, invece, non è più così: per un giovane, in particolar modo, l’apertura della partita Iva spesso è vissuta come un ripiego o, peggio ancora, come un espediente che un committente gli impone per evitare di assumerlo”. Sempre tra il 2008 e i primi sei mesi di quest’anno, in Trentino il popolo delle partite Iva ha segnato un calodell’8,5 %. Nel Meridione è stato mediamente del 7%. In Veneto invece è cresciuto del 9%. Infine, il reddito delle famiglie con fonte principale da lavoro autonomo ha subito in questi ultimi anni (2008-2014) una diminuzione di oltre 6.500 euro (-15,4 per cento), mentre quello dei dipendenti è rimasto quasi lo stesso (-0,3 per cento).