Trento, 8 ottobre 2017 – Anche se la Fenalt è un sindacato del pubblico impiego, non può ignorare quello che in questi giorni sta accadendo nel privato, ovvero la drammatica evoluzione della vicenda Sait che sembra portare al licenziamento di 116 dipendenti. La Fenalt segue con preoccupazione il destino di queste famiglie, che stando alle interviste apparse oggi sui giornali (Trentino p. 15) pare irrimediabilmente segnato, ed esprime loro la massima solidarietà. La notizia preoccupa ancor più perché viene dal mondo della Cooperazione trentina i cui valori solidaristici dovrebbero garantire maggior tenuta contro le ragioni dettate dalla fredda logica dei bilanci e perché il rischio di questi licenziamenti era noto già da 11 mesi – come ha dichiarato il presidente del Sait, Renato Dalpalù (cfr. Trentino di oggi p. 15) – e come emerge dai quotidiani dell’epoca. Ma allora la campagna elettorale era lontana. Ora che chi ha responsabilità nel Governo locale mira ad accreditare con ogni forza l’immagine di un Trentino in crescita, destinato a “magnifiche sorti e progressive” (crescita stimata per il 2018 verso + 1,6, +1,8% del Pil), questa notizia risulta un’intollerabile spina nel fianco. Quindi è ora che la politica si accalora per la vicenda Sait, proprio come solo in zona Cesarini si occupò anche delle Funivie di Folgarida e Marilleva. Il tono sembra essere quello rassicurante di chi cerca evasione in una realtà parallela, meno fosca: “Si deve dire – dichiara il vicepresidente della Giunta provinciale e assessore all’industria, Alessandro Olivi – che in Trentino almeno nel periodo dal primo gennaio al 31 agosto, le assunzioni sono aumentate. I saldi, aperture e cessazioni, da qualche mese sono pure in positivo. C’è dunque un mercato del lavoro che è in ripresa. Anche l’economia pure con la dovuta prudenza ci dice che i consumi non sono certo in caduta libera”. Questo è, appunto, quello che “si deve dire”. Ma oltre ai dati moderatamente positivi cui fa riferimento Alessandro Olivi che cosa ci dice il quadro economico locale: tra aprile e giugno 2017 è aumentato l’export trentino fuori provincia (+5,3%), ma la domanda interna (vendite sul territorio provinciale) è calata dell’1,3% (dati congiunturali CCIAA di Trento del 22 settembre), i dati della UIL del 6 ottobre sull’andamento del lavoro dicono che le ore di cassa integrazione fra gennaio e agosto 2017 in Trentino sono aumentate del 5,7% (peggior dato nazionale dopo la Puglia e peggio della Basilicata +5,2%), la Cgia di Mestre ieri ha commentato i dati Istat sul mondo dei lavoratori autonomi lanciando un grido d’allarme: sono gli autonomi i più fragili davanti alla crisi perché non hanno adeguati sistemi di protezione sociale. Il Trentino ha visto un calo delle partite iva dal 2008 a giugno scorso dell’8,5%. E’ vero che in Trentino le grandi imprese (più di 250 lavoratori) funzionano, ma assorbono solo il  15% degli addetti totali: il tessuto imprenditoriale diffuso è fatto di piccole o piccolissime aziende, il che lo espone facilmente ai contraccolpi dei cicli economici: in Trentino il 94% delle imprese ha meno di 10 addetti e il 59,2% delle stesse ha un solo addetto (dati CCIAA di Trento). Il mondo del lavoro trentino è fatto di queste famiglie e di quelle del pubblico impiego. E questi sono quelli che ogni giorno devono mettere insieme il pranzo con la cena, pagare l’affitto, le bollette, prendersi cura dei figli e magari anche dei genitori anziani e fare i conti con l’inflazione che esiste ed erode il risparmio. Il 3 ottobre l’Istat ha dichiarato che nel secondo trimestre del 2017 la propensione al risparmio delle famiglie italiane è in diminuzione dell’1,5% su base annua, al 7,5%, il livello più basso dalla fine 2012 causa “risalita dell’inflazione” e, quindi,  mancata crescita del reddito reale. “Si deve dire” anche questo.