Trento, 1 maggio 2018 – Il Primo Maggio è una data importante per ogni organizzazione sindacale. Lo è perché la Festa del lavoro dovrebbe essere anche la Festa del Sindacato. Per riattualizzare le ragioni di questa equazione, vale la pena fare un po’ di storia, soprattutto in un mondo, come quello attuale, in cui una memoria sempre più breve rischia di alterare le percezioni e di proporre narrazioni alternative, spesso ideologicamente pregiudiziali ed infondate. Partiamo dal 20 maggio 1970, data di approvazione della legge 300, ovvero dello Statuto dei lavoratori.

La legge 300  è la traduzione sul piano della legislazione ordinaria dei principi contenuti nella Carta costituzionale a seguito della grande stagione di lotte operaie che si sviluppò a cavallo degli anni Sessanta e Settanta (biennio rosso 1968/1969).

Nella Costituzione, infatti, viene data la massima dignità e rilevanza ad alcuni principi essenziali di garanzia e di tutela del mondo del lavoro (es. art. 1 “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro…”). Gran parte del titolo III della prima parte della Costituzione prende in esame i diritti dei lavoratori e delle formazioni sindacali. Ma se la Costituzione afferma dei principi, altro è calare quei principi nella realtà quotidiana.

La traduzione dei diritti e delle garanzie costituzionali in legge ordinaria dello Stato si realizza, infatti, attraverso un percorso di grandi mobilitazioni del movimento operaio che attraverso migliaia di ore di scipero porta alla conquista del cosiddetto Statuto dei lavoratori.

L’elemento fondamentale che contraddistingue questo percorso è quello della determinazione di regole intorno al modello del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato ed in particolare intorno al concetto di tutela della stabilità del rapporto di lavoro, nella piena consapevolezza che l’incisività delle conquiste normative e salariali (fissate dalla contrattazione collettiva) non possa essere disgiunta dalla difesa del posto di lavoro. La stessa minaccia della possibilità di risoluzione del rapporto costituiva (e costituisce) una riduzione delle possibilità di mobilitazione collettiva dei lavoratori. E’ su questo crinale che ha trovato particolare e significativo sviluppo la legislazione in materia di lavoro; dal divieto di interposizione nel collocamento della manodopera introdotto nel 1960, alla disciplina del lavoro a tempo determinato (dei suoi limiti e del suo carattere di assoluta eccezione) previsto dalla legge 230 del 1962, alla disciplina dei licenziamenti varata nel 1966 sino alla previsione della reintegrazione dei lavoratori ingiustamente licenziati in presenza di un determinato requisito dimensionale dell’impresa contenuto nell’art.18 della legge n.300 e della nullità di qualunque atto o patto (quindi anche del licenziamento) diretto a discriminare un lavatore in ragione della sua fede politica o della sua collocazione sindacale prevista dall’art.15 dello Statuto dei Lavoratori.

L’ingresso per successive stratificazioni dei diritti del lavoro e delle garanzie dei lavoratori nell’ambito del nostro ordinamento giuridico ha significato l’entrata in campo anche della figura del magistrato del lavoro, specie a seguito della riforma del processo del lavoro avvenuta nel 1973.

Intrecciata alla vicenda della legislazione del lavoro è la storia degli istituti di rappresentanza sindacale. Nell’ambito dello Statuto dei lavoratori fanno ingresso nella legislazione ordinaria garanzie e tutele nei confronti della struttura sindacale e dei suoi dirigenti.

Ed infatti lo Statuto (significativamente titolato “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”) contiene un titolo secondo dedicato alla libertà sindacale ed un titolo terzo relativo all’attività sindacale.

La parabola discendente della tutela normativa del diritto del lavoro ha inizio a partire dalla metà degli anni ’70, sotto la duplice spinta delle grandi ristrutturazioni industriali con le connesse e conseguenti massicce riduzioni del personale e del vasto processo di decentramento produttivo, che mirava a rendere più flessibile il processo lavorativo e soprattutto a spezzare le grandi concentrazioni operaie e la grande forza contrattuale raggiunta nelle grandi fabbriche dal movimento sindacale.

Il mito della flessibilità ha invaso sempre di più il dibattito politico e sindacale, sino a diventare un vero e proprio luogo comune. La flessibilità (in entrata ed in uscita) ha significato ricattabilità del singolo e divisione tra le diverse categorie dei lavoratori. Dalla diversificazione salariale, alla diversificazione delle tipologie contrattuali nell’ambito del lavoro dipendente ed alla crescita di un’area sempre più vasta di lavoratori formalmente autonomi, ma sostanzialmente più deboli e sfruttati degli altri.

Gli anni Ottanta e gli anni Novanta sono accompagnati da questa spinta all’erosione delle faticose conquiste ottenute nei decenni precedenti, fino ad arrivare alla recente modifica dell’articolo 18 nell’ambito della riforma Fornero che ha indebolito il diritto al reintegro del dipendente sul posto di lavoro in caso di illegittimità del licenziamento.

In punto di principio la battaglia del movimento sindacale oggi non può che collocarsi sul terreno della estensione a tutti i lavoratori della concreta possibilità di tutela della stabilità del posto di lavoro e con essa dell’effettiva affermazione dei diritti già introdotti nel nostro sistema legislativo, per evitare che il proseguire della frammentazione eroda con crescente rapidità gli ultimi baluardi.

E fra questi non vanno scordati quelli  relativi alla salute e al benessere sul posto di lavoro; bisogna riaffermare con determinazione che il lavoro è prima di tutto diritto alla sicurezza. Ancora troppe sono le morti bianche nel nostro Paese. In Trentino  nei primi tre mesi dell’anno esse sono cresciute dell’11,6% e le malattie professionali sono aumentate del 6%. Nel solo 2017 gli incidenti sul lavoro nella nostra provincia sono stati 8.874.

Buon Primo Maggio