Trento, 3 maggio 2018 – Di recente l’Istat ha pubblicato il nuovo rapporto “Noi Italia”, e non c’è da stare allegri. Se purtroppo non sorprende il dato sul cronico ritardo del Mezzogiorno, non conforta neppure quanto emerge dal resto del Paese. In Italia ci sono 7,3 milioni di persone in grave disagio economico, cioè il 12,1% della popolazione. Ma che cosa si intende per grave disagio economico? L’Istat spiega che la situazione si verifica quando ricorrono almeno 4 dei seguenti campanelli d’allarme: non riuscire a sostenere una spesa imprevista di 800 Euro,  non riuscire a permettersi una settimana di vacanza fuori casa,  non riuscire a procurarsi un pasto proteico ogni due  giorni, non essere nelle condizioni di permettersi un’auto,  un televisore a colori, una lavatrice, un telefonino, un riscaldamento adeguato, non riuscire a pagare bollette, mutuo, affitto o  a restituire altri tipi di prestito. Di questi 7,3 milioni di soggetti l’11,9% è rappresentato da famiglie, il 35,8% da soggetti con una persona di riferimento disoccupata, il 16,9% da capifamiglia occupati solo part time, il 22% da capifamiglia inattivi  e non pensionati, il 17,5%  da monogenitori con figli minorenni, l’11,1% da anziani over 65, il 12,3% da giovani under 18 (ben 1,2 milioni). A ciò si aggiunge che al Sud il 50% dei giovani è disoccupato e in Campania si rileva addirittura che lo è anche il 70% delle ragazze.  Questa situazione si riflette inevitabilmente nelle speranze di vita che sono estremamente disomogenee a seconda delle aree del Paese in cui ci si trova: chi nasce e vive in Campania dovrà accontentarsi di una prospettiva di tre anni più breve rispetto a chi nasce in Trentino. Bassa risulta anche la nostra capacità di attrarre talenti:  degli oltre 5 milioni di stranieri in età da lavoro presenti sul suolo nazionale la maggioranza ha solo la licenza media. Qual è il suggerimento finale del rapporto? Studiare di più. Il riscatto sociale passa prima di tutto attraverso la formazione. E’ con la formazione che la produttività aumenta innescando il circolo virtuoso della crescita economica. La scuola resta ancora – ieri come oggi – l’arma principale per sconfiggere il declino sociale ed economico. In una prospettiva di lungo termine le politiche sulla riduzione del costo del lavoro – che pure è importante per il nostro Paese in un’ottica di breve respiro –  rischiano di essere solo soluzioni palliative.  In altre parole significa che le politiche del lavoro non possono prescindere da un serio ripensamento della formazione, ma soprattutto da un serio investimento nella qualità della formazione. E’ dalla scuola di qualità che germogliano le idee di qualità ed è solo l’innovazione che sul mercato globale rende competitivi, non il costo del lavoro che può pure essere alto, purché il valore aggiunto lo sia di più.  Ma ciò è possibile solo se si è creativi, solo se nella partita delle idee si dispone del carburante giusto per vincere. La soluzione è semplice, ma richiede coraggio, autonomia e indipendenza politica, capacità strategica. E’ così, e non altrimenti, che un Paese può guardare lontano e costruire un futuro per giovani, famiglie, lavoratori, imprese e pensionati.

Paolo Milani
Fenalt – Camera di Commercio I.A.A. di Trento