Trento, 7 luglio 2018 – I Consulenti del lavoro nel loro ultimo rapporto presentato giorni fa a Milano hanno scattato una fotografia dell’occupazione in Italia che restituisce un quadro dettagliato della situazione regione per regione, compresa la provincia di Trento. Lo scenario si arricchisce di significati se messo in relazione con le cifre sui beneficiari di sussidi in Trentino presentati il 25 giugno sul nostro sito  e mostra un territorio in cui redditi che stentano a crescere e precarietà del lavoro sono fonte di fragilità economica. I numeri del rapporto – pubblicati dal quotidiano l’Adige  del 5 luglio da cui li citiamo – ci dicono che nel 2017 in Trentino i lavoratori a termine – che costituiscono buona parte dei precari  – hanno subito un incremento del 18,7% in un solo anno, arrivando a quota 36.900 su un totale 187.100 occupati del settore privato. Questo vuol dire che in Trentino un dipendente su cinque, il 19,7% degli occupati, è a tempo determinato (più della media italiana che è  all’11,8%  ed europea che è all’11,3%). Viceversa  gli addetti stabili del settore privato scendono in un anno di 1.700 unità, attestandosi a 150.200 . Ma nel precariato va considerata anche una quota dei 47.100 lavoratori part-time, cioè quella dei sottoccupati «involontari». Poi ci sono i collaboratori parasubordinati, che sono, secondo l’Inps, 21.800 in regione, di cui circa 10 mila in provincia di Trento. A fronte di questi dati i Consulenti del lavoro stimano la quota dei contratti «non standard» in Trentino pari al 36,4% degli occupati. Nel suo ultimo rapporto, aggiornato al 2016, l’Osservatorio dell’Agenzia del Lavoro di Trento parla di una «progressiva contrazione della quota di lavoro stabile, che dal 2008 al 2015 ha ceduto 3.700 posizioni a fronte del contemporaneo aumento di 4.300 sul fronte del lavoro temporaneo. Ciò ha determinato un abbassamento generale della qualità dell’occupazione». A spingere la crescita del lavoro a tempo parziale – sempre secondo l’Agenzia – «non è stata una scelta dei lavoratori, quanto piuttosto la mancanza di alternative a tempo pieno». Qualche segnale in controtendenza – continua l’Adige – si vede nel primo trimestre di quest’anno nei dati dei Centri per l’impiego. Mentre nel 2017  solo il 6,3% delle assunzioni era a tempo indeterminato in senso stretto (il resto è apprendistato),  tra gennaio e marzo il lavoro stabile è salito al 9,5% dei nuovi assunti.  Ancora molto poco, ci verrebbe da notare. Ma tutti questi numeri  rischiano di dire ben poco finché non si considera il contesto economico in cui sono inseriti, ovvero quella che è la fisiologia del settore privato trentino. Il tessuto economico locale si basa sulla piccola o piccolissima impresa e tale caratteristica lo espone di più ai rischi di un futuro incerto rendendolo meno propenso ad assumere personale a tempo indeterminato. In Trentino il 94% delle imprese ha meno di 10 dipendenti e il 59% di queste ha un solo addetto. Il numero delle grandi realtà produttive negli ultimi anni è stato in continuo calo, a causa della forte concorrenza internazionale. La crisi di competitività si evidenzia anche nell’andamento del Pil pro capite. Dal 2001 al 2016 in termini reali (al netto dell’inflazione) il Pil pro capite dei Trentini è cresciuto solo del 2,8%, mentre nello stesso periodo in Lombardia è aumentato del 5,7% , nel Nord-Est del 3,6% addirittura con punte del 19,8% in alcune aree non tanto distanti come l’Alto Adige. In altre parole per le sue fragilità il nostro sistema economico non è stato in grado di beneficiare del traino della ripresa successiva alla crisi del 2008. I dati ci dicono che mediamente cresciamo poco, molto meno dei nostri vicini, e che se tale processo dovesse continuare, e non facessimo nulla per invertirlo, potrebbe produrre col tempo inevitabili conseguenze anche sulla sostenibiltà del sistema pubblico e sulla qualità dei servizi che l’Autonomia finora ci ha garantito. Ma questo è il futuro. E di questo dovrebbe occuparsi la politica. Saranno argomenti della campagna elettorale alle provinciali o sentiremo parlare sempre di lupi e orsi?