Trento, 14 settembre 2018 – È successo ad una dipendente di un’azienda che sulla bacheca della propria pagina Facebook ha violentemente criticato il proprio ambiente di lavoro utilizzando una serie di improperi. Scoperta dal datore di lavoro, è stata licenziata. Il ricorso in giudizio della dipendente, che aveva letteralmente scritto: “Mi sono rotta i coglioni di questo posto di merda”, non è servito a nulla. Con la sentenza 10280/2018 la Cassazione ha stabilito che la diffusione di un messaggio fortemente critico tramite Facebook e connotato da elementi di disprezzo nei confronti dell’organizzazione del lavoro e della proprietà, integra gli estremi della giusta causa di licenziamento per le potenzialità virtualmente illimitate che il social network ha di diffusione del messaggio. La giustificazione che si sarebbe trattato di uno sfogo e che  la volgarità del lessico sarebbe stata comprensibile alla luce della maggior libertà di espressione permessa dai social, non ha potuto nulla difronte alla tesi dei giudici secondo cui il vincolo fiduciario su cui si basa ogni rapporto di lavoro, sia pubblico che privato, era stato irrimediabilmente leso dalla pubblicazione di contenuti palesemente offensivi.