Trento, 26 febbraio 2019 – Lo si chiama eufemisticamente “whistleblower”, ma lo si potrebbe tradurre liberamente “spione”, a patto di svuotare il termine dai suoi risvolti negativi e di ammantarlo di una nobile finalità: la lotta alla corruzione nei pubblici uffici e nel privato. La figura era stata timidamente introdotta nell’ordinamento già dalla “legge Severino” (L. 190/2012), ma è solo di recente che si è arricchita di un profilo di tutele legislative in grado trasformarla in un istituto importante per la prevenzione della corruzione.

Con la legge 30 novembre 2017 n. 179, infatti, i lavoratori dipendenti che segnalano reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza per ragioni di lavoro saranno tutelati dall’ordinamento. Il “whistleblower”, infatti, non può essere – per motivi collegati alla segnalazione – soggetto a sanzioni, demansionato, licenziato, trasferito o sottoposto a altre misure organizzative che abbiano un effetto negativo sulle condizioni di lavoro. Se dovesse succedere, il dipendente dovrà essere reintegrato nel posto di lavoro e nelle sue funzioni e saranno nulli tutti gli atti discriminatori o ritorsivi adottati nei suoi confronti. L’onere di provare che le misure discriminatorie o ritorsive adottate nei confronti del segnalante, sono motivate da ragioni estranee alla segnalazione, sarà a carico dell’amministrazione. La disciplina del “whistleblowing” si applica anche ai lavoratori e ai collaboratori delle imprese fornitrici di beni o servizi e che realizzano opere in favore dell’amministrazione pubblica. Si badi però che il soggetto che segnala l’illecito, deve agire a tutela dell’interesse all’integrità della pubblica amministrazione, non a tutela dei diritti nascenti dal proprio rapporto di lavoro; la procedura infatti non ha finalità repressive, ma preventive, né va considerata come una misura volta a tutelare i propri diritti, se non di riflesso, in quanto ricompresi nel superiore interesse della difesa della legalità.

L’Anac (Autorità nazionale anticorruzione), cui il dipendente, o i sindacati, comunicano eventuali atti discriminatori, applica all’ente (se responsabile) una sanzione pecuniaria amministrativa da 5.000 a 30.000 euro, fermi restando gli altri profili di responsabilità. Inoltre, l’Anac applica la sanzione amministrativa da 10.000 a 50.000 euro a carico del responsabile che non effettua le attività di verifica e analisi delle segnalazioni ricevute.

A tutela del segnalante, la legge stabilische che la sua identità non potrà, essere rivelata, a meno che la sua conoscenza non sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato, e che, nell’ambito del procedimento penale, la segnalazione sarà coperta nei modi e nei termini di cui all’articolo 329 del codice di procedura penale. La segnalazione e’ sottratta all’accesso ai documenti amministrativi previsto dagli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni.

Il dipendente che denuncia atti discriminatori non avrà diritto alla tutela nel caso venga condannato in sede penale (anche in primo grado) per calunnia, diffamazione o altri reati connessi con la denuncia o quando sia accertata la sua responsabilità civile per dolo o colpa grave.

L’articolo 3 del provvedimento (L. 179/2017) introduce, come giusta causa di rivelazione del segreto d’ufficio, professionale, scientifico e industriale, nonché di violazione dell’obbligo di fedeltà all’imprenditore, il perseguimento tramite il “whistleblowing” dell’interesse all’integrità delle amministrazioni, alla prevenzione e alla repressione delle malversazioni.

Ma operativamente come deve procedere il dipendente pubblico che intende fare una segnalazione?

Si parte dal portale gestito da Anac (https://www.anticorruzione.it/portal/public/classic/Servizi/ServiziOnline/SegnalazioneWhistleblowing), dove, registrando la propria segnalazione, il dipendente otterrà un codice identificativo univoco, “key code”, che dovra utilizzare per “dialogare” con Anac in modo spersonalizzato e per essere costantemente informato sullo stato di lavorazione della segnalazione inviata.
Il codice identificativo univoco della segnalazione va conservato con cura, in quanto, in caso di smarrimento, lo stesso non potrà essere recuperato o duplicato in alcun modo. Si ribadisce però che l’attività di vigilanza anticorruzione dell’Anac si svolge ai sensi e nei limiti di quanto previsto dalla legge n. 190/2012, in un’ottica di prevenzione e non di repressione di singoli illeciti e che la segnalazione va fatta dal dipendente stesso.

L’Anac, qualora ritenga la segnalazione fondata in un’ottica – come si è detto – di prevenzione della corruzione, può avviare un’interlocuzione con il Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (RPCT) dell’Amministrazione oggetto di segnalazione o disporre l’invio della segnalazione alle istituzioni competenti, quali ad esempio l’Ispettorato per la Funzione Pubblica, la Corte dei conti, l’Autorità giudiziaria, la Guardia di Finanza.

L’Anac in base alla normativa attualmente vigente:

  • NON tutela diritti e interessi individuali;
  • NON svolge attività di accertamento/soluzione di vicende soggettive e personali del segnalante, né può incidere, se non in via indiretta e mediata, sulle medesime;
  • NON può sostituirsi alle istituzioni competenti per materia;
  • NON fornisce rappresentanza legale o consulenza al segnalante;
  • NON si occupa delle segnalazioni provenienti da enti privati.

Grazie all’utilizzo di un protocollo di crittografia che garantisce il trasferimento di dati riservati, il codice identificativo univoco ottenuto a seguito della segnalazione registrata sul portale, consente al segnalante di “dialogare” con Anac in modo anonimo e spersonalizzato.
Per tale motivo si consiglia di utilizzare esclusivamente la piattaforma informatica; l’utilizzo di tale piattaforma garantisce anche una maggiore celerità di trattazione della segnalazione stessa, a garanzia di una più efficace tutela del “whistleblower”.