TRENTO, 30 marzo 2019 – Francamente non vediamo cosa ci sia di positivo nell’attuale modalità di implementazione del Family audit per gli operatori turnisti delle Case di Riposo (APSP) impegnati nell’assistenza diretta all’ospite; e quando parliamo di assistenza diretta all’ospite ci riferiamo al 70% del totale degli operatori che lavorano in queste strutture.
Dal 2009 ad oggi c’è stata una corsa, da parte delle varie aziende, per accreditarsi al Family audit, allo scopo dichiarato di conciliare il più possibile il lavoro degli operatori con la vita famigliare. A ben vedere però l’iniziativa non ha avuto l’esito sperato. Anche se quello dell’assistenza ai pazienti è un mestiere complesso che non sempre consente una conciliazione ottimale fra lavoro e famiglia, tuttavia appare evidente, guardando alla situazione attuale di molte APSP, che sono stati trascurati propri gli aspetti che avrebbero richiesto più attenzione nella messa in atto del sistema. Se manca una buona organizzazione a monte, ogni tentativo di attuare un sistema di conciliazione fra vita privata e attività professionale rischia di essere vano.
Ci sono ancora APSP senza una turnistica sviluppata sul mese intero o addirittura senza una turnistica che segua una matrice mensile. In questi casi capita che l’esposizione del turno avvenga pochi giorni prima dell’inizio del mese, così succede che l’operatore il 28 del mese precedente non sa che turno farà il primo del mese seguente. Su questi aspetti di carattere organizzativo si sarebbe potuto lavorare meglio cercando di dare una risposta concreta, ma così non è stato e non è ancora.
Se il Family audit si risolve nella possibilità di ricevere sul lavoro i pacchi “ordinati tramite Internet“ o peggio di fruire del lavaggio della macchina o altro, crediamo come FeNALT che nelle Case di Riposo sia un fallimento.
Nel 2018 gli operatori delle APSP trentine hanno rinunciato ai propri riposi – certe volte programmati dalle aziende in ritardo – per ben 15.000 volte. Ci chiediamo se questa cifra sia compatibile con i sistemi di Family audit.
Non si chiede molto, ma almeno la capacità di venire incontro su problemi concreti. Ad esempio nelle APSP dove l’operatore si deve stirare le divise, (fortunatamente non in tutte capita), forse si potrebbe pensare che il servizio sia fornito dal datore di lavoro visto che peraltro è previsto pure dal CCPL.
Non parliamone neanche di asili nido aziendali, che potrebbero veramente facilitare il rapporto lavoro famiglia!
La Fenalt pertanto invita la direzione delle APSP a riflettere profondamente sulle modalità di implementazione delle procedure di Family audit auspicando che la verifica del rispetto delle procedure e dei requisiti utili alla certificazione sia occasione per contribuire ad un miglioramento organizzativo che vada a vantaggio degli operatori, e quindi indirettamente anche della qualità del rapporto fra assistito ed assistente.

Roberto Moser, vice-segretario generale Fenalt