Trento, 15 ottobre 2019 – Sono giovani in bilico tra rinuncia e desiderio, spesso sfiduciati dalla realtà che li circonda, incapaci di trovare una motivazione adeguata per mettersi in gioco. Sono i “Neet” (acronimo inglese che sta per Not in education, employment or training) è uno dei termini entrati nel linguaggio comune dopo la crisi economica del 2008. Sta a indicare quelle persone (spesso giovani) che non studiano, non lavorano e non seguono nessun percorso di formazione. Uno studio recente di Unicef Italia, titolato “Il silenzio dei Neet”, realizzato sugli ultimi dati Eurostat e Istat del 2018, mette in luce come il nostro Paese vanti un triste primato europeo. In Italia solo fra i 15 e i 19 anni oltre il 23%  dei ragazzi rientrerebbero in questa tipologia (circa 2.116.000 individui). In Sicilia, l’incidenza di inattività è del 38,6% dell’intera popolazione residente. A seguire ci sono la Calabria (36,2%) e la Campania (35,9%). Interessante il fatto che la maggior parte di questa tipologia di giovani ha anche conseguito un diploma di scuola secondaria superiore (49%), a fronte di un 40% con un livello di istruzione più basso. Ma c’è anche una buona percentuale di laureati, che si aggira attorno all’11%. Molto diversa la distribuzione geografica: nel Nord Italia gli inattivi sono il 15,5%, nel Centro il 19,5% e nel Sud il 34%. Nel confronto con l’Europa, che presenta una media del 12,9%, l’Italia si posiziona al primo posto, seguita dalla Grecia (19,5%), Bulgaria (18,1%), Romania (17%) e Croazia (15,6%). Le nazioni con il tasso di Neet più contenuto sono invece i Paesi Bassi (5,7%), la Svezia (7%) e Malta (7,4%)