RSA: SOLO IL 25% DEI DIPENDENTI CONSUMA IL PASTO

Case Di Riposo
| 14 giugno 2024

Trento, 14 giugno 2024 - Sono più di 1.200 gli iscritti al concorso bandito da Apss per OSS, una gran parte dei quali provenienti dalla realtà delle case di riposo trentine. Da anni Fenalt, sindacato di maggioranza nel comparto, sostiene la necessità di adottare per le RSA un contratto di tipo sanitario al fine di garantire migliori condizioni lavorative e tamponare l’emorragia di personale (OSS e infermieri) che affligge le residenze per anziani. Per farlo occorre un accordo di settore. Sul tema in mattinata si è celebrato il primo incontro fra sindacati e Upipa. “I fondi a disposizione sono pari a circa 600 mila euro – spiega, a margine dell’incontro, Roberto Moser, vice segretario generale Fenalt e responsabile area Apsp - Di questi la metà sono già destinati ad un aumento ISTAT di alcune voci stipendiali, nell’ordine di pochi euro a testa. Con il rimanente si è ipotizzato un aumento sul turno notturno: si parla di un aumento di 2 euro a notte. Sia ben chiaro: non a ora, ma a turno completo”.
Del tutto insoddisfatta, Fenalt ha proposto di introdurre nuove voci, come quelle già applicate al contratto dei colleghi di APSS, ma ha dovuto fare i conti con l’esiguità delle risorse. “E’ necessario che intervenga la politica – sottolinea Moser - e decida se le case di riposo sono o no una priorità per la comunità trentina. L’alternativa è che tutto sia privato. Ma come sindacato non lo possiamo tollerare: non vogliamo l’assistenza solo per pochi benestanti. L’assessore Tonina ci ha anticipato che troverà delle risorse: non si può attendere oltre, altrimenti le RSA si svuoteranno”.
Un aspetto dal quale si può cominciare senza bisogno di risorse aggiuntive, è, secondo Fenalt, il buono basto. La Provincia lo include già per tutti nel contributo che eroga alle strutture, ma le attuali modalità organizzative ne impediscono la fruizione. “Secondo i dati Upipa solo il 25% degli operatori aventi diritto si avvale del buono pasto – precisa Moser – Il resto non lo fa, non perché lo disprezza, ma perché non ha il tempo per usarlo nella pausa pranzo, essendo impegnato ad alimentare gli ospiti. Questo significa che più o meno solo il 25% dei dipendenti consuma il pasto. In sostanza gli amministrativi. Per questo abbiamo chiesto modalità più elastiche, come l’uso fuori dalle strutture al pari di quanto succede per i dipendenti pubblici o il rimborso nello stipendio, per non sottrarre agli operatori anche il buono pasto. Se le risorse complessive non sono molte, troviamo almeno soluzioni organizzative intelligenti che possano valorizzare quelle che ci sono”.

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