TRENTINO: PERCHE' I SALARI NON CRESCONO

Economia E Lavoro
| 30 gennaio 2024

Trento, 30 gennaio 2024 - Nei giorni scorsi i vertici della Giunta provinciale, le associazioni di categoria, i sindacati confederali e alcune istituzioni economiche hanno dato vita ad un tavolo dedicato ad uno dei temi di più ampia rilevanza socio-economica per la vita del nostro territorio: quello della stagnazione dei salari. Assieme alla casa, quello dei salari è uno degli assi strategici del programma di questa Giunta. A darci qualche indicazione sulle possibili cause della situazione salariale trentina è un interessante articolo di Chiara Zomer apparso sul quotidiano l'Adige del 29 gennaio. Stando ai dati citati dalla cronista, negli ultimi 15 anni gli investimenti in Trentino sono cresciuti di un misero 7,8%, mentre in Alto Adige sono saliti del 49,9%. Il gap è ancora più eclatante se si guarda al settore industriale: + 83,5% in Alto Adige, +25% in Trentino. Se prendiamo come termine di partenza il 2007 (prima della grande depressione) si scopre che entrambi i territori erano quasi alla pari: in Trentino si investivano 4,5 miliardi di Euro, in Alto Adige 4,8 miliardi. Poi le cose sono cambiate radicalmente e la forbice si è ampliata in modo enorme: nel 2021 gli investimenti in Trentino erano pari a 4,9 miliardi di Euro, in Alto Adige a 7 miliardi. Ma perché per la crescita dei salari gli investimenti sono così importanti? Anche senza avere particolari competenze economiche è facile intuire che un contadino che coltiva solo servendosi della propria zappa produrrà meno di quello che invece lo fa acquistando un trattore. Quest'ultimo potrà coltivare in minor tempo una superficie maggiore con una produzione più elevata e un maggior reddito. In termini economici diremo allora che gli investimenti aumentano la produttività e, potenzialmente, anche la redditività. La tecnologia rappresenta la forma di investimento privilegiata per aumentare la produttività. Siamo così giunti al punto. Una delle possibili cause della stagnazione dei salari trentini è data dai minori investimenti messi in campo nella nostra provincia. Salari più bassi significano in generale minor capacità di spesa, e di risparmio, quindi minor PIL, ma anche minori entrate fiscali per finanziare servizi pubblici di qualità. Ecco perché anche le remunerazioni del pubblico impiego in processo di tempo subiscono conseguenze negative, se vengono meno gli investimenti. Eppure in Trentino in questi anni non sono mancate politiche industriali che hanno messo a disposizione degli imprenditori finanziamenti pubblici per l'innovazione tecnologica, la digitalizzazione, l'apertura all'export, incubatori di impresa, soggetti pubblici a servizio dell'imprenditoria etc. Si potrebbero fare un sacco di esempi. Al contempo anche i tassi di interesse sono stati per un lungo periodo in questi quindici anni molto favorevoli per le imprese. Eppure perché in Trentino le cose sono andate così? Le politiche industriali non le fa l'uomo della strada (il consumatore), le fa ovviamente la classe politica: quindi non c'è dubbio che una responsabilità vada ricercata nelle scelte della classe dirigente, che non ha saputo creare un terreno fecondo per la crescita delle nostre imprese. Perché "piccolo" sarà pure "bello",  ma in un mercato globale non ti porta da nessuna parte. Poi non c'è dubbio: le imprese le fanno gli imprenditori. E se un imprenditore non "conosce", non può neppure "immaginare il nuovo", non può immaginare di crescere: farà più o meno sempre le stesse cose. Allora non basta mettere a disposizione "soldi": senza idee i soldi non servono (oppure sì, servono a creare consenso). Bisogna mettere a disposizione degli imprenditori la materia prima perché fioriscano le idee per far crescere le imprese: cioè la formazione, una formazione "continua". Serve più cultura per gli imprenditori: tecnica, scientifica, manageriale lungo tutto il loro percorso di vita. E servono una classe imprenditoriale e dirigente pronta a riceverla, ma anche una classe politica con un orizzonte strategico ampio per poterla pianificare: perché la cultura non si crea da oggi a domani. La si fa negli anni perché siano le generazioni future a coglierne i frutti. Abbiamo bisogno di classi dirigenti (politiche, istituzionali, imprenditoriali) più giovani e più preparate. Il ricambio generazionale e la meritocrazia (anche nel sostegno alle imprese) sono alcune delle leve fondamentali per la crescita del sistema. Anche un sindacato moderno può fare qualcosa: una maggior cultura sindacale genera un maggior potere negoziale. Lavoratori più consapevoli della propria forza sono un motore che fa crescere l'impresa se la dinamica contrattuale in cui domanda e offerta di lavoro si confrontano è sorretta dalla consapevolezza che la partita non può essere a somma zero, ma deve essere a somma positiva. Qualche paese europeo ci ha insegnato che non è utopia pensarlo. Certo, abbiamo ancora molta strada da fare, ma non dimentichiamo che non abbiamo un tempo infinito e che l'Autonomia presto o tardi non sarà solo esclusiva nostra.
 

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